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sabato, 30 dicembre 2017

pablo larrain 2018gennaio 2018 - marzo 2018

 

Uno dei tanti compiti dei cineclub è dare conto delle emergenze.

Quelle dell’attualità contemporanea, certo, come spesso facciamo nelle rassegne tematiche. Ma in senso più etimologico anche quelle che riguardano il sorgere e l’affermarsi di nuove figure di riferimento, in particolare di registi in grado di tracciare un solco preciso con la loro opera, magari già dopo pochi film.

È sicuramente il caso di Pablo Larraín, che in pochi anni di carriera e sette titoli (tutti proposti in questa retrospettiva) ha saputo conquistare i favori dei grandi festival e della critica.
 

In casi del genere è bene cogliere la palla al balzo e non esitare nel sottoporre un autore di tale portata al giudizio di un pubblico cinefilo e appassionato, anche perché - nonostante la loro indubbia qualità - alcuni dei film più osannati di Larraín nelle sale svizzere non ci sono mai arrivati. È il caso non solo dell’esordio Fuga, ma anche di Tony Manero, Post Mortem e El Club.

Per un’introduzione ci affidiamo a uno stralcio dell’articolo-intervista apparso sulla rivista Cult della RSI.

 

Goffredo Fofi su Internazionale lo definisce “regista non simpatico e forse neanche uomo simpatico” ma pure “autore spregiudicato, intellettuale abile (...) che attua provocazioni molto astute, cioè intelligenti”. Incontrandolo di persona si ha piuttosto l’impressione di uno dallo sguardo dritto, certo, ma anche molto pacato e concentrato su ciò che fa. Il cileno Pablo Larraín è entrato da qualche anno nel panorama internazionale del cinema d’autore come un piccolo tornado.

Accanito cultore di immagini lo-fi, che rievocano formalmente (a colpi di 4:3, di invecchiamenti fittizi della grana e dell’impasto cromatico) quel passato che spesso compone la materia dei suoi film. Appena quarantenne, figlio di due politici di destra (“una famiglia coinvolta nel potere fino al collo, anche con Pinochet”: sempre Fofi), ha tracciato per sé un tragitto artistico niente affatto scontato, ricco di inquietudini e di spigolosità narrative. Dall’alienazione criminale di Raúl, epigono di John Travolta in Tony Manero (2008); all’affresco agghiacciante della dittatura Post Mortem, dove si inscena l’autopsia di Allende (2010); alla brillantissima e multicolore ricostruzione dell’avvento democratico No - I giorni dell’arcobaleno (2012); al socio-psichiatrico-intimistico percorso di espiazione El Club (2015) in cui alla berlina dell’esilio sono posti alcuni preti pedofili (il film ha avuto la costola teatrale “Acceso”, passata anche al LAC di Lugano).

Le presenze ai festival e i riconoscimenti critici sono giunti come se piovesse, con in aggiunta un percorso da produttore di film altrui che, insieme al fratello, pone Larraín al centro di una stagione ispiratissima del cinema del suo paese. Il 2016 è stato un anno particolarmente fertile, con un film presentato a Cannes e un altro passato a Venezia. Se Jackie, sull’elaborazione del lutto da parte di Jacqueline Kennedy (Natalie Portman), è qualcosa di complesso e apparentemente lontano dai suoi tracciati (è il primo film produttivamente statunitense, ma ad un esame approfondito contiene tantissimi larrainismi), il potente e un po’ sfuggente Neruda va invece a braccetto fin da subito con le opere precedenti.
 

Neruda sembra proseguire un percorso, all’interno della sua filmografia, legato alla storia del Cile. Dalla fine degli anni ’80 di No al periodo della dittatura di Post Mortem a quello ancora più indietro nel tempo che si vede qui, dove per un attimo compare anche un giovanissimo Pinochet. Che tipo di relazione con gli altri suoi film intesse quest’ultimo?

Per me non è facile pensare ai miei film in questo modo. Mi sembra che la storia funzioni sempre come un prologo del presente. Credo che la cosa interessante sia che il cinema offre una memoria complessa e fantastica, tale da permettere di articolare l’idea del passato in relazione all’oggi. Neruda è un film che ci riporta al Cile degli anni dal 1947 al ’49. Si tratta di un periodo molto affascinante, anni dove accaddero molte cose. Ad un certo punto Neruda scappò inseguito dalla giustizia. Mi pareva che ci fosse una particolare fascinazione in lui e nella sua figura, perché Neruda in quella fase cambiò molto. Quindi abbiamo pensato che quello fosse il momento interessante da trattare in un film su di lui.
 

Lei ha detto che si tratta di un biopic-non biopic. Forse possiamo dire lo stesso anche di Jackie. Si tende ad allontanarsi da quell’appiattimento sul realismo che è tipico delle biografie.

Sì, personalmente non mi piace molto realizzare film realistici. Mi piace molto guardarli, quando sono ben fatti. Però io non desidero essere un cineasta che fa del realismo. Mi interessa di più sondare i territori della finzione. In questo senso definirei Neruda un anti-biopic, mi piace chiamarlo così. È un film che cerca di non essere un ritratto di qualcuno, ma che prova a prendere la sua cifra, a assorbire la sua sensibilità, per lavorare con questi elementi.
 

Insieme a suo fratello lavora molto anche come produttore di film altrui. Possiamo dire che sta nascendo o è nato un percorso nel cinema cileno e latinoamericano contemporaneo che sta trovando una sua forte identità?

È possibile. Anche se mi è difficile esprimermi perché mi pare un quadro un po’ ambizioso. Di sicuro desideriamo produrre film con registi che troviamo interessanti. Mio fratello si occupa di questi aspetti più di me, ma certamente ci preme poter sostenere e aiutare registi che posseggano una voce originale. Ci preme che possano sviluppare il loro pensiero e arrivare a realizzare i film che hanno in testa. Come avviene con Sebastian Sepulveda o Marialy Rivas o Sebastian Lelio, per esempio. Artisti meravigliosi con cui è un piacere lavorare.
 

Che tipo di compromessi deve fare chi fa cinema? È un’arte collettiva e quindi rende necessario andare d’accordo con altri. Nel suo cinema di compromessi abbiamo l’impressione di vederne pochi. Ora che in un film come Jackie ha lavorato con il sistema produttivo statunitense, c’è stato qualcosa di diverso?

Per conto mio il problema del cinema è sempre lo stesso. Alla fine, che sia una produzione piccola, media o enorme, tutto si risolve nel fatto che c’è un attore davanti a una macchina da presa con una luce e un problema. Quello che io tento di fare è cogliere il personaggio attraverso il pericolo. Io credo nei personaggi che hanno uno sgomento e “sorgono”, con qualcosa di inatteso. Nel caso di Jackie l’esperienza è stata molto positiva e ha posto le stesse difficoltà che pone sempre il fare un film: capire come esporre la materia. Tentiamo di farlo al meglio in Neruda e lo abbiamo fatto in Jackie”.

 

(Articolo-intervista a cura di Marco Zucchi, apparso sulla rivista Cult RSI n. 10, dicembre 2016-gennaio 2017)

 

 

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