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giovedì, 13 settembre 2018

forman menzel 2018MILOS FORMAN E JIRI MENZEL
Alfieri della Nouvelle Vague cecoslovacca degli anni ’60
settembre 2018 - maggio 2019

 

All’inizio fu la Nouvelle Vague francese a segnare la svolta epocale, indicando nuove rotte per il cinema, opponendosi al “Cinéma de papa”, riducendo drasticamente i costi di produzione e portando la macchina da presa fuori dagli studi. Era la fine degli anni ’50, quando esordirono Louis Malle, Chris Marker, Claude Chabrol, François Truffaut, Jean-Luc Godard, Alain Resnais, Jacques Rivette... Ma ben presto questa volontà di rinnovamento si diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo, corroborata dall’aria sociopolitica che si cominciava a respirare negli anni ’60 e che avrebbe poi gradualmente portato agli avvenimenti del ’68.

Quasi contemporaneamente a quel che succedeva in Francia, con contenuti più decisamente politici, nasceva il Free Cinema inglese, poi il fenomeno attecchì in altri paesi occidentali (Italia, Germania), in Brasile con il Cinema Nôvo, in America con il New American Cinema e al di là della cortina di ferro, in Polonia, in Ungheria e soprattutto in Cecoslovacchia, dove bastò tradurre il termine Nouvelle Vague in Nová Vlna.

I giovani registi cechi e slovacchi, quasi tutti usciti dalla dura scuola della Famu di Praga, erano impazienti di sovvertire quella condizione di immobilismo e di stagnazione che caratterizzava tutta la vita culturale nazionale, legata a temi patriottico-resistenziali e a uno stile tradizionale derivato dal realismo socialista. Pur con tutte le differenze che ogni regista manifestava nei confronti degli altri compagni di strada, la volontà di tutti era quella di dare voce a personaggi comuni, antieroici, e di affermare un’altra verità rispetto a quella ufficialmente propagandata.

Ma quel che spesso si ignora è il fatto che a questo rinnovamento parteciparono attivamente le stesse istituzioni, rappresentate dalla Direzione generale della cinematografia, che dal 1962 abolisce l’organismo centrale di controllo sui film, assicurando un’inaspettata autonomia produttiva, sottratta alle consuete lungaggini burocratiche e agli schematismi ideologici prima dominanti. E, altra cosa da non sottovalutare, favorisce una massiccia diffusione dei nuovi film nei festival occidentali, fra i quali si distingue, per l’attenzione sempre portata al cinema dell’Est, quello di Locarno sotto la direzione di Vinicio Beretta.

Fra i giovani registi, spiccano i nomi di Ewald Schorm, Vera Chytilová, Jaromil Jireš, Ivan Passer e, last but not least, quelli ancora più noti dei nostri due “alfieri” a cui abbiamo dedicato questa rassegna: Miloš Forman e Jiří Menzel, dei quali siamo lieti di presentare tutti i lungometraggi realizzati prima che la Nová Vlna fosse definitivamente soffocata dai carri armati sovietici nel 1968.

Due registi dalle caratteristiche diverse e, soprattutto, da un diverso destino. Se Forman, dopo la fine della Primavera di Praga emigrerà negli Stati Uniti, diventando il grande regista che tutti conoscono (Taking off, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Hair, Amadeus…), Menzel decide di restare in patria, rinunciando in parte alla sua libertà creativa, che recupererà totalmente solo dopo la caduta del muro di Berlino.

Forman è morto l’anno scorso, Menzel è ancora vivo e a lui il regista Robert Kolinsky ha dedicato il bel documentario con cui abbiamo voluto chiudere il nostro programma. Nel periodo della Nová Vlna, dei due Forman è il più sarcastico e violentemente avverso ai simboli del potere; Menzel, che spesso prende spunto dalla letteratura ceca, in particolare da Bohumil Hrabal, il più finemente ironico e grottesco, attratto dai toni leggeri della commedia. In ogni caso, due affascinanti autori che, speriamo, sapranno incantare il pubblico con questi loro gioielli di un’indimenticabile stagione della storia del cinema.

 

Michele Dell’Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona

 

 

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