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mercoledì, 1 gennaio 2020

kore-eda 2020KORE-EDA HIROKAZU - un tocco leggero dal Giappone
gennaio 2020 - marzo 2020

 

La consacrazione del talento di Kore-eda è venuta con l’attribuzione della Palma d’oro a Cannes, nel 2018, per Shoplifters (Un affare di famiglia), film escluso da questa rassegna perché sicuramente già visto (e forse anche rivisto) da molti in Ticino. Ma lo spettatore attento al cinema di qualità, e in particolare quello dei cineclub della Svizzera italiana, non ha certo dovuto aspettare questo riconoscimento per rendersi conto che il regista giapponese occupa un posto di primissimo piano fra gli autori del cinema contemporaneo.

Già il suo primo film di finzione, Maborosi, insignito dell’Osella d’oro per la miglior regia alla Mostra di Venezia del 1995, era stato inserito nel 2000 dai Circoli del cinema di Bellinzona e Locarno in una rassegna che aveva per sottotitolo “Percorsi nell’invisibilità tra esclusione e utopia”.

E proprio questa caratteristica, quella di saper indagare l’animo umano al di là della superficie del visibile, è una delle prerogative del cinema di Kore-eda, sempre impostato su finissime allusività piuttosto che su dichiarazioni didascaliche.

Nella programmazione dei cineclub erano poi finiti diversi altri suoi film, da After Life (miglior sceneggiatura al Torino Film Festival, premio Fipresci a San Sebastian) a Nobody Knows, da Still Walking a Like Father, Like Son (Premio della giuria a Cannes nel 2013). Ora, proprio come conseguenza di questa nostra affettuosa predilezione per il suo tocco leggero e intimista, ci sembrava giunto il momento di dedicargli una retrospettiva il più possibile completa, che permetterà sia di rivedere e di (ri) gustare alcuni film già proposti (ma spesso più di dieci anni fa!), sia di scoprirne altri per un motivo o per l’altro sfuggiti alla nostra attenzione, come ad esempio Distance (2001), Air Doll (2009), I Wish (2011) o il più recente The Third Murder (2017).

Kore-eda è stato dai critici spesso accostato, per la delicatezza e la classicità del suo stile, al grande Ozu, anche se lui, per ragioni a noi poco comprensibili, si richiama piuttosto a Ken Loach. Per cercare di capirne qualcosa di più su ciò che effettivamente ha determinato la sua concezione del cinema, è forse utile andare a vedere la sua attività di cineasta prima di passare alla finzione.

Kore-eda (Tokyo 1962) esordisce come documentarista per la televisione. Fra i suoi lavori, oltre ad alcuni su argomenti simili a quelli che svilupperà in seguito (Shikashi, 1991, sul suicidio di un funzionario governativo; o un video-diario di un malato di Aids, 1994...) va segnalato un ritratto dei registi taiwanesi Hou Hsiao-hsien e Edward Yang, da cui si evince che Hou Hsiao hsien è riconosciuto come maestro. Nulla su Ozu, anche se è evidente la sua influenza nell’opera successiva del Nostro.

Tutta la sua filmografia ruota attorno agli stessi temi, che sono poi anche quelli di Ozu: i rapporti personali e in particolare quelli famigliari, la memoria e l’identità, il mondo dell’infanzia, la morte e l’elaborazione del lutto. E anche lo stile sembra rifarsi a quello del maestro: nessuna ricerca dell’effetto speciale, i movimenti di macchina ridotti all’essenziale, l’estrema sobrietà della messa in scena. Uno stile che lo colloca fra quei registi che puntano alla sottrazione, rifiutando ogni eccesso ridondante tanto presente in un certo cinema contemporaneo.

Quello di Kore-eda è un cinema che non vuole dare risposte, ma che ci invita a sondare la complessità dell’esistenza, ad esplorare le zone d’ombra che influiscono sulle nostre scelte di vita e sulle nostre relazioni con gli altri. Un cinema che, con leggerezza, si concentra sul reale aprendo spiragli sull’ignoto che c’è in ognuno di noi.

A parte Shoplifters, questa retrospettiva comprende tutti i film di finzione realizzati da Kore-eda per il cinema. È anche presente, ma solo nella programmazione di Locarno, l’ultimo suo film (e il primo girato fuori dal Giappone), La vérité (2019), con Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke, in concorso a Cannes e proiettato a Bellinzona come apertura dell’ultima edizione di Castellinaria.

 

Michele Dell’Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona

 

 

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