Ore 20.45: La farfalla sul mirino, Seijun Suzuki, 1967
Intervento di Stefano Di Marino, scrittore d’azione, esperto di cinema e arti marziali
La farfalla sul mirino (Koroshi no rakuin), Giappone, 1967, col, 87’, v.o. sottotitoli in francese
Regia: Seijun Suzuki; sceneggiatura: Seijun Suzuki, Jiku Yamatoya, Yuki Miyata e Chusei Sone; fotografia: Kazue Nagatsuka; scenografia: Suzeko Kawahara; musica: Naozumi Yamamoto; interpreti: Joe Shishido; Mariko Ogawa, Anne Mari, Koji Nambara, Isao Tamagawa, Hiroshi Minami; produzione: Kaneo Iwai per Nikkatsu.
Il killer n. 3 Hanada (Shishido) si accorge che il suo capo, il boss Yabuhara (Nambara), ha deciso di eliminarlo a causa di un contratto andato male: prima assolda la sua stessa moglie (Anne Marie) e poi la bella e fatale Misako (Ogawa), che invece di eseguire gli ordini si innamora del killer. La caccia si complica con l’ingresso di un nuovo killer, il fantomatico n. 1, che eliminerà Yabuhara e si scontrerà con Hanada in un tragico e surreale duello.
Girato durante l’esplosione della nouvelle vague giapponese, il film è un noir violento e destrutturato, dove la trama (irraccontabile) passa in secondo piano di fronte al processo di stilizzazione e di astrazione delle singole scene, ai movimenti di macchina che ribaltano ogni grammatica tradizionale, all’uso straniante degli stilemi erotici o violenti dei film di serie B. Tra duelli e tradimenti, illuminati spesso in maniera irrealistica e accompagnati da una colonna sonora jazzy, si compone il ritratto fiammeggiante e parodico di un universo spietato e reietto che si identifica col sottobosco malavitoso del Giappone metropolitano e in cui l’unica ragione di vita finisce per identificarsi con l’atto gratuito per eccellenza, quello della morte data e accettata senza spiegazioni, quasi kafkianamente. Il titolo originale significa “il marchio dell’assassino” e si riferisce al tatuaggio che i killer mostrano prima di colpire il nemico. Il film è un gioiello sia per la regia geniale e iconoclasta di Suzuki, che per l’interpretazione di Joe Shishido, antieroe dalla nonchalance quasi esistenziale, per le scenografie lounge e la fotografia diamantina. Il film, incompreso al momento della sua uscita, causerà il licenziamento del regista dalla Nikkatsu; venne riscoperto solo negli Anni 80 con la consacrazione definitiva del regista e avrà un’influenza decisiva su registi “décalés” come Tarantino, Yarmush, Wong Kar-Way e lo stesso Kitano. Di cult, si può anche morire.
Tra gli scrittori italiani, Stefano Di Marino è un’eccezione. Sorta di Pessoa della narrativa d’azione, ha pubblicato a suo nome e sotto gli pseudonimi più inverosimili una quarantina di opere per le collane hard cover ed economiche di importanti case editrici. Dopo l’esordio col romanzo Per il sangue versato, pubblicato per la mondadoriana Nero Italiano, ha proseguito con romanzi di spionaggio, avventura, noir e fantascienza spaziando persino nelle avventure per ragazzi e nel romanzo storico sentimentale. I suoi alter ego si firmano: Stephen Gunn (autore della fortunata serie del Professionista, il cui terzo episodio ha per titolo Yakuza Connection, Tea), Frederick Kaman (autore di romanzi horror e di spionaggio), Etienne Valmont (creatore della saga di Jasmine per Sperling), Jordan Wong Lee (sceneggiatore-regista di film d’azione a Hong Kong), Xavier Le Normand (autore della serie Vlad, la spia del nuovo millennio per la collana Segretissimo). Tra i romanzi di maggiore impegno: Lacrime di Drago (Mondatori), Quarto Reich e Il Cavaliere del vento (Piemme). È inoltre autore di saggi sulla narrativa e il cinema (Il buono, il brutto e il cattivo e Bruce & Brandon). A Balerna, presenterà l’ultimo capitolo del Professionista: L’inferno dei vivi.